4 dicembre 2007

IV° Influsso - Scrivere

Questo post può essere visto come un secondo Influsso sui verbi dell'uomo: avevo già spiegato che ne avrei fatti altri di interventi come quello. Ovviamente d'ora in poi tratterò di verbi in quantità minore, uno alla volta se mi sarà concesso. Si tratta di una decisione presa per agevolare la scrittura, ma anche perché quei verbi che erano, a mio parere, i più importanti e generali, sono già stati affrontati tutti nel secondo Influsso.
Voglio quindi parlarvi di scrittura e di cosa scrivo. L'ultimo Influsso l'ho dedicato alla poesia, in mondo estremamente diretto e conciso. Oggi voglio approfondire quell'Influsso e corredarlo con qualche idea sugli scritti in prosa, che ovviamente non disdegno di comporre.

Verbo VIII° - Scrivere
Ci sono moltissime citazioni che potrebbero essere inserite in merito alla scrittura, ma nessuna di queste rispecchia esattamente la mia concezione di scrittura. Fin'ora mi ero fermato a chiedermi solo perché componevo poesie, mai mi ero chiesto perché sento questo dovere di scrivere. Ma pochi giorni fa mi è capitato, forse un po' per caso o forse per quella Provvidenza manzoniana, di pensarci seriamente.
Ho cominciato a scrivere perché volevo comunicare le mie idee. E' un processo differente dalla poesia: quel tipo di comunicazione serve per le sensazioni e le emozioni, anche se viene poi regolat da una certa dose di idee. La scrittura in prosa invece mi costringe a fare il contrario: comunicare le mie idee cercando di renderle più accattivanti con una dose di sentimento.
Scrivere è diventata per me l'azione più seria che possa compiere, quella che mi costringe a seguire un certo ordine di pensiero e che mi aiuta, costringendomi a tale ordine, a riflettere. Se è vero che nulla può essere concluso a pieno senza una buona dosa di ispirazione, è altrettanto vero che senza un ordine ben preciso, senza dei paletti che evitino di farti cadere fuori tema, scrivere è pienamente inutile.
A mio parere, l'ordine dei pensieri può essere raggiunto solo mettendo per iscritto tali pensieri. Un ordine che poi rimane attivo di per se e non diventa oggetto dei cambiamenti interiori che una persona può avere. Cosicché, quando anche passano molti giorni da quando si scrive a quando si riprende in mano ciò che si aveva scritto, i pensieri registrati appaiono ordinati e comprensibili e si possa riprendere il discorso da dove ci si era interrotti.

Per quanto concerne la poesia, questa forma di scrittura è per me una seduta psicanalitica. Mi costringo ad affrontare dubbi, sensazioni, ostacoli, prove, incomprensioni e tanto altro in quella dozzina di righe che mi ritaglio da pezzi di fogli bianchi. A volte esubero dai limiti che mi impongo e cerco spazi maggiori, ma solitamente mi rilego a piccole composizioni dense e cariche. Ogni poesie è quindi un pezzo della mia vita ed anche un pezzo dei miei disagi, che appaiono perciò criptici ai più, credo. Una volta finito un componimento mi sento sollevato da quella mole di oppressione che, se non scaricata, sarebbe un grave peso da sopportare.
Ma non è solo questo. Ho notato che più scrivo poesie, più riesco a prendere ciò che mi accade nel mio piccolo ed a collegarlo a temi più generali e, quindi, più comprensibili per chi legge. Ed è questo forse che salva la mia poesia dal baratro dell'incomprensione e della difficoltà di comunicazione.
Tecnicamente vario molto il metro delle poesie. A volte tengo uno stretto schema metrico, altre volte preferisco il verso libero; spesso faccio rime di senso più che di suono, ma compongo anche poesie in rima. Tendo ad appoggiarmi al tema della poesia: a seconda dell'argomento utilizzo il metodo più giusto per esprimerlo. Ovviamente il tutto nella mia personale prospettiva.

Non vi ho mai parlato di componimenti scritti, ma esistono anche questi. Ho composto all'incirca una dozzina di racconti, sparsi qua e là per l'etere informatico. Scrivo da poco su una rivista locale, un giornale universitario che mi ha dato la possibilità di mettere alla prova il mio stile, nonché di imparare a scrivere in modo più comprensibile. Infine sono alle prese con un progetto un po' più ampio e forse utopico. Una sorta di romanzo dai mille caratteri, una storia che si dipana in un ambiente, ovviamente, fantasy, ma che trova motivazioni e sensi profondi e accuratamente ricercati.
Forse proprio l'arrivare ad un punto critico della stesura di questo romanzo mi spinge a parlarvi della scrittura. Un ostacolo superato, un incipit necessario e sofferto, che difficilmente si riesce a dotare di una forte carica emotiva in grado di soppesare lo spaesamento e l'apparente caos iniziale e che per questo tende a scoraggiare la lettura. Sicuramente rivedrò questo punto più volte in futuro, ma per ora è perfetto così com'è stato scritto e non lo ritoccherò più fino a stesura ultimata.
Ritornando sul tema, gli scritti in prosa sono per me dei viaggi condotti assieme ai lettori. In questi componimenti si perde un poco il carattere psicologico personale e il flusso di idee si apre per raggiungere altre persone. Non vuole essere una seduta di analisi condotta in gruppo da autore e lettori, ma piuttosto un condursi insieme verso un punto di arrivo concordato all'inizio. Logico che i miei lettori non esistono ancora, ma scrivendo tengo conto di ciò che potrà essere compreso e accettato e ciò che invece potrà essere incomprensibile e rifiutato. Con questo non voglio dire che scrivo in base a ciò che pensano gli altri, ma solo che la mia prosa sia meno personale e criptica dei componimenti poetici.
Ma è presto per tirare le somme riguardo a questo romanzo, verrà il tempo perfetto per discuterne. E per oggi ho concluso il tempo a mia disposizione per sfogarmi.

Umilmente,
Spirito Giovane a.k.a. Daniele

10 commenti:

by Ax ha detto...

Posso dire di tifare per il tuo romanzo utopico.
Non ci conosciamo, se non per qualche breve apparizione in discussioni comuni, ma ritengo istruttivo e confortante sapere che ci sono, là fuori, possibili futuri autori che si impegnano mettendo in discussione loro stessi in rapporto col mondo e con gli altri; che cercano di cambiar pelle al loro mondo per un sentire più profondo.
Credo ne possa scaturire solo una sana e naturale creatività, alimentata da energie in movimento che la comunicazione smuove e dalla volontà utopica di un progetto in movimento.

Non a caso Oscar Wilde scrive:
"Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l'Umanità approda di continuo. E quando vi getta l'àncora, la vedetta scorge un Paese migliore e l'Umanità di nuovo fa vela."

Alex.

Spirito Giovane ha detto...

Grazie per le illuminanti parole e per essere passato. Sono felice di sapere che qualcuno tifa per me.
Speriamo di riuscire ad uscire, scusate il gioco di parole, dall'Utopia della creazione personale ed entrare nella pubblicazione reale delle carte. Anche se per questo, c'è ancora molto molto tempo a disposizione.

Spirito Giovane a.k.a. Daniele

Federico Russo "Taotor" ha detto...

Sarò sincero, io personalmente scrivo per scrivere ( «Art for art's sake», visto che si è già citato Wilde :D). Certo, nei racconti giungo a punti in cui ho bisogno di fare l'esame di coscienza per poter continuare a scrivere oggetivamente. Ma lo faccio pensando anche (e soprattutto) a chi legge, non solo come terapia. Penso che ciò che qualcuno scrive per "cura" debba rimanere personale e segreto. Non è detto, d'altronde, che proprio il "confessarsi" ai lettori, portandoci a filtrare le emozioni o ad aggirarne la confessione, non possa essere una cura anche migliore. No?

Spirito Giovane ha detto...

Interessante...ma se leggi bene io scrivo solo le poesie come se fossero una seduta di analisi. Ciò non è detto che siano una cura. Ma di certo mi aiutano ad affrontare cose che altrimenti lascerei nel dimenticatoio.
Come ho detto, la prosa è differente. Non riesco ad essere così autoanalista come nelle poesie. Appunto perchè ho in mente anche i futuri miei lettori, che non capirebbero nulla se inserissi pareri personali. Certo, non scrivo in prosa solo perchè mi piace scrivere, ma per più motivi: comunicare, divertirmi, registrare i miei pensieri, renderli pubblici in un certo ordine e soprattutto seguendo un certo modo...
Poi ognuno segue il suo stile. Questo è il mio.
Grazie per essere passato Taotor e grazie per le parole lasciate.

Umilmente,
Spirito Giovane a.k.a. Daniele

by Ax ha detto...

Federico, non essendo io scrittore, mi serve una mano per comprendere appieno.
Dal tuo intervento mi sembra di capire che i tuoi scritti tendano a limitare la tua partecipazione emotiva perché il tuo desiderio è scrivere per essere letto e non per esternare le tue pulsioni.
Desidero veramente capire perché personalmente ho una visione dell'arte abbastanza viva. Un'opera, di qualunque natura essa sia e in quanto partorita dall'unicità del suo creatore, è imprescindibilmente legata all'artista, per quanto egli si sforzi di vestirla con un abito di impersonalità.
Affinché io tenti di capire ancor meglio, ti propongo un esempio.
Diamo per assodato che tu, come persona, creda fortemente nell'amore, in qualsiasi sua manifestazione. Per amor di scrittura, riusciresti a scrivere un romanzo fondato sull’odio convincendo chi ti legge a credere che ti appartenga?

Confesso che, proprio mentre scrivo, sto rispondendo da solo alla mia domanda. Sono dovuto ricorrere alla recitazione, però. Per me un attore che si possa chiamare tale deve essere in grado di svuotare se stesso e diventare esattamente il personaggio che deve impersonare, donandogli credibilità. E se questo attore, diciamo profondamente cristiano, dovesse fare la parte di un calunniatore di Dio, riuscirebbe ugualmente a essere credibile senza tener conto della sua etica?
Troppe domande e, per giunta, fuori tema. :)

A questo punto, temo, sia la mia concezione di scrittore da riconsiderare; ma devo ammettere che se penso ad un pittore, o un musicista, non ce lo vedo in questo ruolo di sdoppiamento.
Che dipenda dal tipo di arte che si esprime?

Spirito Giovane ha detto...

Ax, non credo siano proprio fuori tema le tue opinioni. Ciò che esprimi è quello che in realtà prima o poi tutti devono tener conto: che creando [sia che si parli di scrittura o di arte in generale o di creazione in generale, azzarderei] non ci si può liberare totalmente di influenze esterne o interne. Ripenso ora alla Bibbia, quando si racconta che Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza. E così fa chi crea: necessariamente metterà in ciò che crea una parte di se, piccola e nascosta o enorme e ben visibile.

Prendiamo uno scrittore che non vuole inserire commenti propri in ciò che scrive e che quindi compone stando ben attento ad utilizzare un narratore o interno o, comunque, non onnisciente. Se ci pensate bene tale scelta dà, di per se, a chi legge, una informazione sull'autore: preferisce non dare commenti propri alla vicenda che racconta, ma lascia al lettore la possibilità di giudicare liberamente.
Perciò anche mettendocela tutta per restare nascosti dietro a ciò che si scrive, si finisce per dare comunque delle informazioni su di se, in modo indiretto, attraverso una propria creazione.
E questo è solo un esempio.
Spero di essere stato chiaro.

Umilmente,
Spirito Giovane a.k.a. Daniele

by Ax ha detto...

Sì, è quello che sento anche io. Esternarsi completamente (sempre che ci si riesca) è comunque un segnale, una traccia lasciata dall'autore che crea. Personalmente vengo rapito maggiormente da chi, la traccia la lascia, anche solo in punta di piedi, e si espone con la sua individualità.
Ammetto che dovrei leggere qualcosa di qualche autore esterno al racconto, come (credo) i naturalisti provavano.
Ho forse qualche pregiudizio a riguardo e mi piacerebbe abbatterlo, o quanto meno smussarlo. Avete qualche consiglio in merito?

Federico Russo "Taotor" ha detto...

No, no, by Ax, [riguardo al tuo penultimo commento] io non intendo questo. Penso che ogni scrittore sveli una parte di sé in ogni racconto - di certo non tutto d'una volta. E' più facile confessarsi con uno sconosciuto che con un amico o parente. Ma anche ad uno sconosciuto prima potresti dire che il giorno prima, alla fila delle poste, hai rubato il posto a una vecchietta. Poi, dopo un po', aggiungi che ti fai le canne. Poi ammetti di aver posseduto (oggi sono eufemistico :D) la ragazza del tuo amico. Infine confessi di avere un cadavere sepolto in giardino.
Insomma, ci si svela piano piano. Scrivere un racconto è un pretesto per tante cose.
Per ogni scena si è costretti a ricorrere alle proprie conoscenze empiriche e no, e questa è la cosa geniale: si arriva alla telepatia. Immedesimandoci nella parte di un personaggio, spinti a ragionare, riusciamo a prevedere cosa accadrebbe realmente, e anche il lettore lo immagina. E' di più, è magia! Un contatto intimo tra autore e lettore, pur non volendo, ci si apre completamente per il bene del racconto.

Intendevo dire che non condivido scrivere solo per "cura" e introspezione, ma abbiamo chiarito nei post precedenti. :]

by Ax ha detto...

"[...] Immedesimandoci nella parte di un personaggio, spinti a ragionare, riusciamo a prevedere cosa accadrebbe realmente, e anche il lettore lo immagina. E' di più, è magia!"
Come non darti ragione; quando questa magia si palesa agli occhi del lettore è sempre un piacere apprezzare la creatura dell'artista.
Concordo sull'idea di contatto intimo tra autore e lettore e, immagino, il difficile sia mantenere questo legame anche quando la vita di chi scrive assume aspetti che ne mettono alla prova la saldezza di propositi.

Alex.

Spirito Giovane ha detto...

"Intendevo dire che non condivido scrivere solo per "cura" e introspezione"
Io concluderei i miei interventi dicendo che non si può fare mai nulla solo ed esclusivamente per un unico motivo, ma ci sono sicuramente più motivazione che spingono a compiere una certa azione.
Io non scrivo solo per introspezione, ma anche per introspezione. Di certo non scrivo solo perchè mi piace scrivere, ma anche per quello.
E qui chiudo i miei commenti, altrimenti vado davvero fuori tema.
Grazie per i commenti, ragazzi!

Umilmente,
Spirito Giovane a.k.a. Daniele

 
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