22 giugno 2008

Influsso XIX° - Fantastycare

E' la seconda volta che mi tocca scrivere fuori casa nell'arco di un mese esatto. E lo faccio per il Blog, che ho relativamente trascurato a causa degli esami. L'ambiente in cui scrivo è lo stesso di un mese fa: la fermata dell'autobus, dove ogni tanto aspetto la coincidenza per tornare a casa. Ed anche l'autobus è un luogo che m'ispira, nonostante le vibrazioni che mi fanno scrivere peggio dell'elfico di tolkien e la scomodità di non avere un piano orizzontale.
Sarà forse quel passare fra le soleggiate strade di campagna rinchiusi in un parallelepipedo che non ti permette neanche di sudare e ti fa tenere il caldo dentro e ti spinge a buttar fuori parole, a scriverle su di un blocco note, per compensare alla mancata sudorazione. Troppo caldo.
Come dicevo, è un bel po' che non scrivo, sia qui che sul taccuino delle mie poesie. Un periodo felice porta a riflessioni più alte del normale: ho scoperto che più mi avvicino ad un certo equilibrio interiore ed esteriore, più mi viene semplice scrivere in prosa e le mie poesie si tingono di macchie prosastiche. Quindi è giunto il tempo di trattare un argomento quale la scrittura in prosa.

Amo scrivere; mi fa pena vedere un quaderno aperto sulla prima pagina bianca, mi viene voglia di scriverci sopra. Forse sarà colpa della cartoleria che i miei genitori possiedono che probabilmente si è acutizzata questa voglia di scarabocchiare: troppi quaderni vuoti.
Apprezzo più gli autori che i generi: preferisco il fantasy, ma ho letto con soddisfazione Moravia, Fenoglio, Tabucchi, Sepulveda e tanti altri che scrivono tutt'altro genere.
La fantascienza preferisco vederla piuttosto che leggerla, rispetto al fantasy che proprio nel cinema non si può vedere: l'unico film decente è stato ed è il Signore Degli Anelli, benché con i dovuti tagli e ritagli [decente, non perfetto, ndr].
Anche sui libri in effetti abbiamo avuto una tendenza che va sempre più verso il commerciale/banale piuttosto che preferire l'originalità. In Italia poi, non ne parliamo: pochi autori si salvano nel campo del Fantasy, benché ci siano non poche produzioni.
Troppi stereotipi e troppa voglia di narrare il Fantasy. E c'è differenza fra il narrare il Fantasy e lo scrivere Fantasy, il Fantastycare. Forse il genere risorgerà quando qualcuno inizierà a proporre originalità e sensi più ampi e profondi, risparmiandosi il narrare semplici storie ambientate in mondi fantastici. Rinascerà anche quando qualcuno si accorgerà del vero valore delle storie già pubblicate, invece di sfornare sempre più romanzi scritti in una notte, in un giorno, in un mese, in una stagione! A volte serve invece sbattere la testa, riscrivere, ricominciare, rivedere, riallineare. Soprattutto per dare vero senso alle cose che si scrivono. E serve molto molto molto tempo per scrivere, nonché la voglia per avere la giusta grinta ed originalità. Non serve sforzarsi di scrivere ogni giorno, a mio parere, se si perde poi in originalità e qualità dello scritto.

Detto ciò, eccomi a pubblicare un piccolo racconto che ho scritto appositamente per il blog. La sua realizzazione è stata prevista come una sorta di prequel di uno dei libri che ho in cantiere. Il personaggio principale sarà poi ripreso, anche se non ho ancora idea se manterrà la stessa struttura comportamentale e mentale. Di certo riutilizzerò altri elementi del racconto.
Potete vederlo come uno dei tanti capitoli che si scrivono e si escludono dai libri perché la progettazione li porta ad essere roba in più. Ed è lo specchio del mio ancora sgrezzo stile prosastico. Non avendo a disposizione avanzati strumenti di pubblicazione ho deciso di iscrivermi ad un sito dove vengono raccolti molti racconti. L'ho pubblicato lì e vi metto sotto il link per raggiungerlo. Commentatelo qui, però. Vi ringrazio.


Umilmente,
Spirito Giovane a.k.a. Daniele

2 commenti:

by Ax ha detto...

Ciao,
il tuo prequel mi ha piacevolmente ricordato un episodio della prima serie di Star Trek; serie nella quale il mitico capitano Kirk era il protagonista incontrastato della Galassia. :)

Passando al tuo racconto, devo essere onesto e dire che è effettivamente troppo breve per riuscire a capirne lo spessore. L'atmosfera che si respira è più fantascientifica che fantasy - anche se Alberto è un elfo - e mantiene bene il senso di mistero che evoca la stanza bianca. I dialoghi li ho trovati un po' asciutti per i miei gusti, ma probabilmente è il contesto a determinarne la frammentazione, complici anche le 'dieci parole' a cui fai riferimento.
Per il resto mi è sembrata la classica situazione in cui il protagonista attende la rivelazione per proseguire la sua avventura. Niente di male in questo, ma non conoscendo altri particolari e, come tu stesso scrivi, rappresentando un capitolo di 'roba in più', non lascia il tempo di gustarne le varie sfaccettature e potenzialità. :)
Uhm... il modo di parlare dei volti - soprattutto XI - è molto simile al saggio Yoda di Star Wars. Questo mi ha fatto sorridere, sminuendo le rivelazioni del volto. Intenzionale o meno, tienine conto per non rischiare di far perdere l'attenzione proprio in momenti cruciali.
Gustosa l'ultima parte, quando Alberto si volta a vedere quello che lascia e di intuisce uno spaccato dell'unione delle sette menti con la conoscenza del passato e del presente e, altrove, altre sette dedite al futuro.

Daniele, io non posseggo gli strumenti necessari per fare una critica ad uno scritto, quindi le mie osservazioni sono strettamente soggettive; prendile esattamente per ciò che sono: sensazioni.

P.S: qua e là ho intravisto alcuni errori nel testo, te ne segnalo qualcuno:
"Ma loro l'avrebbero saputo presto se non avrebbe immediatamente rapito la loro attenzione"

"Dunque voi sapere cosa cerco!"
- vuoi sapere o voi sapete?

"Alberto forse aveva intuito qualcosa capiva che delle verita' erano state nascoste"
- Forse una virgola aiuterebbe.

"aprì la porto"
- Questione di vocale. :)

Con simpatia,
Alex.

puccirillo ha detto...

Lieto di conoscerti, Umile Spirito Giovanile. Ho letto con gioia il tuo breve racconto, quindi, senza ulteriori preamboli, esprimerò un mio personale giudizio.
Tralasciando alcuni errori grammaticali, che ti sono già stati fatti notare, mi soffermerei sulla narrazione.
Io l'ho trovata confusa. Si passa da una stanza bianca ai sette volti con un salto grossolano. Non spieghi se sono già lì o se si formano dopo che Alberto è entrato. Se ci sono già, il protagonista dovrebbe escludere la stanza per soffermarsi su quel particolare singolare, inoltre non si capisce che cosa si trova in fondo alla stanza oppure al centro, vi è qualche difficoltà.
Altra cosa, al posto di scrivere la parola dettaglio, descrivilo, il Lettore e Alberto devono vedere le stesse cose e soprattutto con chiarezza. La descrizione dei macchinari doveva essere, a mio parere, scritta subito, perchè in teoria è la prima cosa che Alberto vede e, come tu hai descritto, lo stupisce. Tu, invece, l'hai resa frammentaria, con il risultato che a volte ho interrotto la lettura per essere sicuro di aver afferrato il senso.
Questa è soltanto una mia opinione, bada bene, ma trovo sbagliato che il narratore inserisca dei commenti, per esempio quando dice che l'acqua conteneva degli antidolorifici, probabilmente. O quella è un ipotesi di alberto, ma non lo dice, oppure è un informazione del narratore,che però in quella occasione non lo sa.
Un ultima cosa. Immagino che la storia sia ambientata in un universo culturalmente vicino al nostro, ma se così non fosse, evita di usare divinità come Ade, che possono provocare ulteriore confusione.
A parte questo, il tuo racconto mi ha affascinato, soprattutto l'idea delle sette facce e il loro corpo ha stuzzicato la mia immaginazione. Credo che tu abbia talento.
Ripeto che questo rappresenta solo un giudizio personale, puoi ignorarlo tranquillamente, ma spero di esserti stato in qualche modo utile. Ciao

 
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