26 febbraio 2009

Influsso XXX° - La Forma dell'Espressione

Scultura di Tom Walker - Shapeshifter
Partiamo da un presupposto fondamentale, a mio parere: ogni corrente di pensiero, intesa come concetti filosofici e/o etico/morali, deve avere un contenitore, soprattutto se questa idea vuole essere condivisa. I problemi in questo tipo di comunicazione sono vari e ampi. Prima di tutto bisogna scegliere come trasportare tale idea; qui si aprono vasti campi: scrittura, musica, teatro, cinema, poesia, fotografia, pittura e chi più ne ha, ne metta. Dopodichè bisognerebbe ragionare sul contesto in cui l'idea galleggia: se il concetto che si vuole esprimere è - esempio stupido - "non drogarti", allora andranno bene i racconti ambientati durante i nostri tempi, in città o quartieri squallor; ma esistono simili racconti a background sportivo, se si vuole parlare di dopping. Insomma, si fa una scelta di background pertinente all'idea trovata. Logico è che non ambienterò un racconti di droga all'interno di un monastero buddista. O si? Un giallo? Un racconto che racconta di uno spacciatore che si nasconde in un monastero buddista e grazie a ciò che impara si converte e diventa una bravissima persona, nonchè monaco? Come vedete la scelta del background alla fine non è così logica o lapalissiana. Dunque, scelta l'idea di fondo, scelto il metodo di comunicazione e scelto lo sfondo per l'idea (quindi anche il genere, se si tratta di narrazione, ndr), ci manca soltanto un elemento imprescindibile, come già osservato: la forma dell'espressione. Prendendo un caso a noi vicino, mettiamo di voler scrivere un racconto fantastico o fantasy. Il nostro concetto filosofico verrà inserito all'interno di un mondo fittizio, un mondo possibile o impossibile, ma verosimile e da lì basterebbe scrivere. Detta così la parte più difficile sembrerebbe l'ideazione: sbagliato, in parte. E' complessivamente tutto difficile: sia l'ideazione che la manifestazione della stessa. Ci sono vari ordini di problemi che ho incontrato, visto che anche io mi sono cimentato in una tale opera di congiungimento fra fantasy e filosofia (intesa come idee, pensiero):
  1. Come inserire i concetti: come punti di vista degli attanti? Come pensiero dei soggetti? Come idee del narratore? O dell'autore?
  2. Dove inserire i concetti: in che punto del libro, in che punto del capitolo o del paragrafo; ma anche in quale luogo diegetico, ovvero punto del racconto: all'inizio, alla fine, in mezzo al punto più dinamico o lontano dalle battaglie/guerre, per esempio.
  3. Quali concetti inserire: solo i nostri o anche quelli di altri punti di vista? Ovvero: guidare il lettore verso la nostra personale visione oppure lasciare aperta l'interpretazione a più punti di vista?
Accanto a questi problemi relazionali tra concetto e racconto, esiste però un altro livello di problemi che è quello tutto formale dello stile:
  1. Che narratore usare? Onniscente od oggettivo? Inserito nel racconto (prima persona) o al di fuori (terza persona)? Di parte o neutrale?
  2. E il tempo? Scriviamo al presente o al passato? Scriviamo del presente o del passato?Uniamo più livelli temporali, oppure lasciamo che la storia fluisca nel suo normale corso cronologico?
  3. E l'ordine dei fatti? Meramente: fabula o intreccio? Ordine dei fatti come sarebbe nella realtà oppure sovrapposizione di eventi non contemporanei?
  4. Come dividiamo poi la storia? Per episodi o per contenuti tematici? La estendiamo su vari capitoli, diversi libri o ad un mero foglio? E come possiamo dunque adagiare la storia su tale divisione? Come spezzettarla?
A tale ultimo problema credo di aver già dato parte di risposta in quel vecchio post sulla suddivisione di uno scritto. Ma restano comunque un mucchio di problemi: i primi tre a cavallo fra la forma del nostro scritto e la forma che dovrebbe avere il contenuto del testo; altri invece direttamente invischiati nel problema dell'espressione, il cosiddetto stile del racconto. Cercherò di analizzarli, magari, uno per uno più in là. Quello che mi preme ora è una visione generale del problema che coinvolge anche un livello di tematica ancora più elevato: quello fra visione dell'autore e visione del lettore. Per ogni opera, per ogni autore, esiste un pubblico di lettori. E non credo affatto a coloro che sostengono di scrivere per se, senza interessarsi ad una pubblicazione: loro stessi, mentre scrivono, hanno comunque in testa almeno un lettore che deve rimanere soddisfatto dell'opera: se stessi. Detto ciò, cosa spinge il lettore a leggere ed essere coinvolto dalla lettura? Prima di tutto bisogna distinguere due generi di opere: quelle che piacciono all'autore ed al lettore e quelle che piacciono all'autore, al lettore ed anche agli altri scrittori. E questo è un punto credo fondamentale: unire critica e pubblico, creare un'opera che si discosti dal genere di alto consumo e bassa qualità (vedi gli Harmony, ndr) ed anche da quelli che hanno altissima qualità, ma una copocchia di spillo per pubblico. L'ideale sarebbe unire medio consumo e media qualità oppure medio consumo ed alta qualità. Il lato del consumo è prettamente della forma dell'espressione; è vero che molta gente afferma che poco le interessa sapere le opinioni di questo o quello scrittore in erba, ma è altrettanto vero che sta allo scrittore nascondere le proprie opinioni in un racconto coninvolgente e scritto in modo comprensibile. Così sfatiamo due miti dello stereotipo fantasy: il fatto che non abbiano contenuto oltre alla storia, ovvero che siano narrative di distrazione, e quello che solo il personaggio può vendere, a dispetto della qualità. L'ultimissimo ordine di problemi su questo fronte è il rapporto con l'editore: autore ed editore devono viaggiare spalla a spalla; oggigiorno anche un autore in erba che fa un buon piazzamento in un concorso riesce a pubblicare qualcosa. Perciò sta anche nella visione concreta del libro l'accattivarsi il pubblico, magari scegliendo adeguata copertina ed interni, un particolare carattere piuttosto che un certo stile d'impaginazione. Questo è possibile soltanto se si ha con l'editore - od oggigiorno con l'editor - un buon rapporto; e se la propria opera può avere oggettivamente riscontro. A mio parere il pubblico da colpire allora non diventerà quello appassionato di Fantasy, quello dei parenti, degli amici o dei sostenitori. Il vero pubblico da acquistare è quello che di Fantasy, o meglio, del genere che volete fare normalmente se ne infischia. Umilmente, Spirito Giovane a.k.a. Daniele

2 commenti:

Federico Russo "Taotor" ha detto...

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Così sfatiamo due miti dello stereotipo fantasy: il fatto che non abbiano contenuto oltre alla storia, ovvero che siano narrative di distrazione, e quello che solo il personaggio può vendere, a dispetto della qualità.
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Parole sante!

Per quanto riguarda il piacere anche alla critica, o meglio, agli altri scrittori, la vedo brutta. A mio avviso, il parere - anche ignorante - di un lettore vale più di quella di uno scrittore. Per il semplice motivo che un lettore ("ignorante") non è "corrotto" da conoscenze stilistiche e compagnia bella, quindi i suoi gusti sono "puri", oggettivi, e il lavoro dell'autore ricade sull'inconscio lettore che non si rende conto degil artifici stilistici messi su apposta per lui, per rendere godibile l'opera.

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Il vero pubblico da acquistare è quello che di Fantasy, o meglio, del genere che volete fare normalmente se ne infischia.
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Questo sì che è parlare! :D

Sul resto credo di essermi già pronunciato in diversa sede. ;)

Vorrei porti un quesito: cosa mi dici del "contenitore" per amore del "contenitore"? Ovvero della forma per amor della forma?

Spirito Giovane ha detto...

Come sempre buttar giù le idee sul blog e raccogliere commenti è il miglior modo per continuare un flusso di pensieri.

Per quanto riguarda il fatto di voler produrre un libro che piaccia sia ai lettori comuni che a se stessi ed anche ad altri scrittori, a mio parere è l'unico modo per avere un'opera che rimanga conosciuta nel tempo. Se ci si affida soltanto ai lettori si rimarrà nella cosiddetta letteratura di consumo: il modo per essere davvero conosciuti è andare oltre le librerie dei singoli lettori e piazzarsi nelle critiche di qualche professorone che scriva saggi o simili cose e faccia pubblicità a livello d'èlite. Poi è anche vero che per sfondare davvero bisogna convincere anche l'altro estremo, ovvero coloro che di Fantasy proprio: ZERO.
Insomma: un romanzo di consumo, a mio parere, è quello che si piazza a ceto intermedio, a livello della cosiddetta vecchia borghesia. Se si vuole andare oltre, allora deve piacere sia a coloro che stanno al di sotto, che a coloro che stanno al di sopra; sia a coloro che in qualsiasi ceto sia fan del Fantasy ed anche a chi il Fantasy non piace. Sinceramente, è più facile la seconda, perchè c'è solo un gruppo da conquistare: i nònfantasi! XD

In realtà, Federico, quella che tu chiami la forma della forma è in realtà la forma dell'espressione atta a se stessa; ovvero, scrivere solo per scrivere. Non credo esistano cose del genere. Pensaci un attimo: una poesia è scritta solo per amore della forma o anche? Una canzone è scritta solo per amore della melodia e dell'armonia o anche per creare un'emozione? Può essere che un'opera si concentri di più sulla forma dell'espressione (lo stile) che sul contenuto e la sostanza. Mi vengono in mente le poesie di D'Annunzio: formalmente intelligenti, nella sostanza l'idea di base era semplice. O no? XD

Spirito Giovane a.k.a. Daniele

 
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