4 maggio 2009

Influsso XXXIII° - Le due intenzioni (?)

Continua il mio personale viaggio verso una personale definizione dello scrittore.
La perdita del mito – "Quante domande senza risposta!": questo mi sono detto quando ho considerato l’idea di far venire i nodi al pettine con questi interventi. Le domande, riassunte in otto sagaci punti nel precedente punto, verranno analizzate una per una partendo però dal Secondo Punto e lasciando il Primo per ultimo, visto che nei miei ragionamenti la tematica è affrontata come conclusione. Durante la stesura delle idee per questi Influssi mi sono permesso di intraprendere la lettura di quello che da alcuni viene ritenuta una saga importantissima del fumetto americano: la cosiddetta Civil War. Cosa c’entra questo con gli scrittori? Nel fumetto, senza rivelare nulla della trama, vengono contrapposti due tipologie di eroi; anzi, due ideologie, due punti di vista, due filosofie. Nella prima viene inserito l’eroe come salvatore e guida dell’umanità; nella seconda rientra invece l’eroe come simbolo ed esempio dell’umanità. Sono due lati della stessa moneta che nella storia vengono contrapposti con degli eroi che sono essi stessi sull’orlo tra una e l’altra teoria. Nel fumetto la gente vuole la sicurezza che queste guide o simboli siano essi stessi sicuri, pronti, preparati, competenti (Who will watch the Watchman? – Quis custodiet ipsos custodes?). Chi appoggia la gente ovviamente rientra più nella seconda categoria, quella del simbolo, mentre coloro che la osteggiano rientrano nella prima, della guida. L’importanza che trasuda dal fumetto è questo scontro inutile, a mio parere: gli eroi sono sia guide che simboli, sia salvatori che esempi. E’ una qualità intrinseca. Ma la Marvel ha giocato bene le sue carte. Dove sono gli autori se non in bilico sullo stesso divario? Da una parte c’è la tradizione, l’autore come guida o come istruttore (ricordando che per i greci la funzione del teatro era quella di insegnare ai giovani); dall’altra invece c’è l’autore come simbolo ed esempio della massa (tant'è che gli stessi miti greci erano modelli che potevano essere declinati in differenti modi). Vogliamo definirli, giusto per non andare in confusione? Il primo lo chiameremo Wate, colui che tenta di indicare un cammino, senza imporlo ovviamente; il secondo lo chiameremo Awater, giusto per fare un paio di battute di spirito. Ora voglio iniziare un viaggio breve e mentale e quindi prego coloro a cui non interessa minimamente la speculazione e il ragionamento di saltare all’ultimo punto, alle conclusioni, con l’accordo tacito e silenzioso che accetterete le conseguenze del ragionamento senza il filo conduttore. Bene, cominciamo. La differenza tra Wate e Awater dove sta? Il primo autore è attivo, il secondo è passivo. Il primo creerà testi che sono celle di contenimento di idee che la società o non ha espresso o che sta per esprimere. Il secondo creerà testi che saranno contenitori di idee che la società esprime o ha espresso. Il primo specula e racconta, il secondo analizza e descrive. Così come i tragediografi greci inserivano all’interno dell’opera quei concetti della loro civiltà, come la descrizione della posizione della donna o degli schiavi; così come il commediografo latino Terenzio in un’opera come gli Adelphi faceva una sorta di previsione sulla dimensione del pater familias e sulla possibile caduta del suo ruolo all’interno della società; o del modo di vedere del pater familias, del suo perbenismo, se si può utilizzare tale concetto che all’epoca non esisteva. Quindi Boccaccio descriveva la società del tempo mentre Petrarca anticipava il gusto per la poesia sentimentale? Troppo spinto come paragone. Al contrario le comiche descrivevano quello che era all’ora il teatro comico mentre i primi registi cercavano di produrre qualcosa che non era la mera riproduzione di eventi già visti. Quindi le tre corone che cosa sono? Credo che sia accaduto questo all’interno della dimensione dell’autore: prima si spiegava l’inspiegabile con l’inesistente; ora si rassicura il possibile con la stessa inesistenza. Ovvero, in termini meno poetici. Prima l'opera letteraria colmava il vuoto di conoscenza del lettore trasmettendo conoscenze in cui l'autore credeva e che non erano necessariamente vere o verosimili. Ora invece le opere letterarie non possono più informare il lettore in quanto egli ha una conoscenza maggiore dei lettori di epoche precedenti; inoltre l'autore stesso delle opere idealmente non sa né più né meno del lettore, a meno che non si tratti di opere saggistiche o didattiche, quindi non-fiction: tali opere svuotano il lettore dalla paura dell’inspiegabile, ovvero tendono a garantire a chi legge che certe cose non possono accadere; e se tali eventi vengono letti e decretati da un lettore come non verosimili, l'opera stessa perde interesse. Scendendo ancora in una dimensione più esemplificante: lo scrittore un tempo incanalava nelle proprie opere quella materia informe che era l’ideale del suo tempo o l’ideale di un tempo a venire. Oggi lo scrittore agisce in modo contrario: crea un’opera che descrive gli ideali della società a lui contemporanea o appena passata per registrare, ricordare, far tornare in vita, garantire che qualcosa esiste, nonostante non lo si veda. Credo sia evidente che nessun autore pensa di essere né un Wate né un Awater, sono solo mie ipotesi e speculazioni. Ma personalmente fanno capire al sottoscritto che ci sono due modelli che tacitamente vengono accettati. Ed uno è quello che porta verso la creazione di opere senza stare ad occuparsi di chi leggerà le proprie opere; mentre l’altro porta a coloro che pensano soltanto a chi leggerà quelle opere. Ora ritorniamo ad una delle domande iniziali: l’autore oggi dove sta? Esistono solo queste due intenzioni autoriali o ne esistono altri. Al prossimo punto.
Umilmente, Spirito Giovane a.k.a. Daniele

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