29 ottobre 2009

Influsso XXXXIII - Qualcosa di complicato (Seconda Parte)

Questo post è per dirvi che sto scrivendo. Si, non prolificamente; certo, non con costanza; ma riesco a intravedere, finalmente, la via giusta per arrivare alla fine di una prima opera. Ho incontrato, come sempre, molti problemi; dubbi, ce ne sono stati molti. Ma risolutezza e forza di volontà sono dalla mia parte; inoltre le lezioni su Calvino continueranno anche nel prossimo semestre, quindi sono tranquillo. Ah, è da quando scoprii Montale (in quinta superiore) che non ho più questa sensazione che ho quando leggo Calvino: mi viene voglia di scrivere, scrivere come lui, come loro... Con Montale, all’epoca, in quinta superiore, scrissi liriche (poesie che sono anche qui, sul blog); registravo – talvolta – la mia volontà di seguire le sue orme (ovviamente copiando rozzamente le sue, già svanite da tempo sulla sabbia della letteratura). Al contrario Calvino mi sta dando la forza di scrivere (anche altre cose come questo post ed anche un altro post che potrete vedere prossimamente sul blog della mia ragazza…); forza di scrivere, anche se – ovviamente – non posso farlo che secretamente
Se Montale mi aveva mostrato il lato complesso delle cose, Calvino, ora, mi permette di capire – in maniera meno ermetica – come si possono complicare le cose. È come se uno mi avesse mostrato la verità che sta dietro l’apparenza e l’altro mi stesse mostrando come l’apparenza (e specialmente quella creata dalla complicatezza umana) può coprire la verità. Una verità che ormai non interessa più a nessuno, dato che i fatti sembrano essere sempre meno oggettivi e reali…

Dicevo del brainstorming: una opportunità interessante. Sembra che io abbia trovato due persone che la pensano come me sulla scrittura. Ho letto qualche manuale di scrittura (gentilmente offerti dal blog di Gamberetta e da Gigapedia) e alcune pagine mi hanno fornito spunti interessanti che ho voluto condividere quindi con altri amici scrittori che, come me, s’interessano di Fantasy.
Sono arrivato al punto di capire, più o meno, quale possa essere realmente il problema di questo genere (dopo tutto il mio peregrinare, testimoniato dagli scorsi Influssi sulla scrittura pubblicati da Maggio in poi); il problema di questo genere di scrittura non è nel genere stesso. La reputazione; si, la reputazione e mi ci è voluto così tanto tempo per capirlo, per capire una cosa banale. La fantascienza non sempre ha questo problema, perché si forma sul presupposto che quello che narra è il futuro del nostro mondo (o il nostro passato, nel caso di opere come Battlestar Galactica); ha quindi un legame, seppur non stretto, con tutto quello che siamo. Il Fantasy, invece, è evasione; o sembra evasione dal nostro mondo. Potrebbe – dico potrebbe – funzionare l’immettere nel Fantasy un legame con il nostro mondo, spostare lentamente il background storico dal Medioevo verso un’epoca più vicina a noi per poter usare argomenti differenti, non a volte più allettanti, ma di certo comprensibili per più persone…
Questo Influsso lo scrivevo tanto per informarvi di come sto e di cosa faccio. Ormai, chi mi sta leggendo, ha capito che (dopo questo lungo periodo di stasi e di non scrittura) io sto tirando fuori tutto quello che non ho ancora tirato fuori. Motivazioni? Il blog è morto, ma io no. E’ come se fosse una forma di ipocrisia; e io non voglio apparire tale (e neanche arrogante, sebbene prima io abbia parlato come un narratore onnisciente). Io non sono onnisciente ed è per questo che per ora tutti i miei scritti sono in terza persona: non voglio credermi superiore e non voglio che il mio lettore si senta tale. Scrivere è una forma di comunicazione, di condivisione, e io credo che, quando persone come Calvino o Eco parlano di opera aperta, si intenda che uno scritto debba mettere di fronte ad un tavolino scrittore e lettore; entrambi devono sottostare a delle regole, ma devono porre fiducia in ciò che leggono. Ma per fare ciò non si può credersi superiori e neanche inferiori; bisogna mettere conoscenze in tavola e fare in modo che i lettori mettano le loro a completamento dell’opera.
Questo Influsso è il punto di arrivo del cammino (mio, personale) verso la fine di ogni dubbio e l’inizio della scrittura. Questo è l’ultimo passo del mio pensiero, l’estremo e l’ultimo passo. In realtà avrei voluto scrivere la prefazione del mio primo libro, ma non l’ho ancora concluso, non ne ho ancora scritti altri, non sono ancora un vero letterato, sebbene possa ritenermi scrittore…


Umilmente,
Spirito Giovane a.k.a. Daniele

22 ottobre 2009

Influsso XXXXII - Qualcosa di complicato (Prima Parte)

Questa serie di post che andrete a leggere sono in realtà una unica entità che ho diviso per facilitare la lettura; in realtà non è neanche un post, ma una specie di racconto o riflessione scritta. Gli argomenti che tratterò? Il blog, Calvino, la scrittura, il brainstorming, ancora Calvino, il Fantasy e la complessità umana. Ci saranno quindi altre tematiche secondarie come la nostalgia dei bei tempi, la confusione fra persone, lo stesso post, Montale e altri post per altri blog. Ora vi lascio alla lettura.

Questo post lo scrivo tanto per informarvi di come sto e di cosa faccio. Ormai chi mi legge di voi è avvezzo a trovare il blog un attimo scoperto, lasciato a se stesso, in alcuni periodi; questo è uno di quei periodi. Motivazioni? Vorrei poter dire che non ho voglia, ma in realtà ho pochissimo tempo. Avevo già un lavoretto ed ora ne ho un altro, doppio: insegnerò musica ai bambini delle elementari (il che è una bella grana, detta fra noi). Poi, la chitarra e vari progetti annessi; quindi la ragazza, la famiglia e il resto – che significa cose altrettanto importanti come amici e progetti (letterari). D’altronde, oramai, sono cresciuto e devo assumermi qualche responsabilità, qualche obbligo nei confronti degli altri; non è più il tempo di giocare, mangiare, dormire e ricominciare da capo. La bell’età è ormai passata…

Ma veniamo all'Università: procede bene. Frequento Letteratura Italiana Contemporanea, bellissimo corso tenuto dalla bravissima professoressa Martignoni - e non lo dico per farmi ben volere ma, perché credo sia un attimo conosciuta, avendo scritto anche alcuni manuali di letteratura. Ah, il corso è su Italo Calvino ed ho comprato anche dei Meridiani Mondadori su cui leggerlo - i tre tomi dei Romanzi e Racconti e i due dei Saggi (non vi dico che spesa ragazzi!).
Avevo già “incontrato” Calvino da bimbo: lessi Il Barone Rampante in tenera età (avevo tredici anni, che epoca!); mai, però, avevo sfogliato altre sue opere; opere stupende come Le Città Invisibili (che però conoscevo grazie al mio manuale di letteratura delle superiori), come Il Castello dei Destini Incrociati, come La Giornata di uno Scrutatore (si, lo so che non è misconosciuta come opera ma non l'avevo ancora letta!), come tante altre cose che Calvino ha scritto.
Mi trovo molto in linea con quello che esprime e dice Calvino riguardo molte cose; l'ho sempre amato (mi ricordo anche un aneddoto divertente: avrò avuto dieci anni e stavo studiando il Calvinismo; ma non mi entrava in mente il suo creatore, Giovanni Calvino; così mio padre entra in camera e mi fa «Italo Calvino! Ricordati Italo Calvino e vedrai che Calvinismo ti verrà semplice, fidati!». Risultato: confusi Giovanni Calvino con Italo Calvino...).
Tornando alle opere di Calvino, io posso dire che mi stuzzicano. Ho letto attentamente la Prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno; dire che è interessante è poco. Leggendola ho avuto subito voglia di scrivere e di buttarmi nella progettazione di nuove cose. Ho pensato subito di cambiare rotta, di riprendere una linea che avevo abbandonato: il brainstorming. Sto pensando sempre più che la condivisione delle idee fra scrittori sia utile e fondamentale: non voglio diventare uno scrittore solitario, ma voglio che altre persone come me sappiano cosa intendo quando scrivo. In caso contrario, se dovessi scegliere di starmene isolato a scrivere quello che voglio io, senza curarmi di sapere se riesco a comunicare bene o meno (e non è questa la strada che ho intrapreso), se dovessi stare isolato probabilmente sarebbe un rimpianto, un rimorso che mi terrei dentro per molto tempo…


Umilmente,
Spirito Giovane

1 ottobre 2009

Influsso XXXXI° - Cosmogonia: corso per universi fantasy fai-da-te!

Sia chiaro che questa critica all'articolo pubblicato su Leggere:tutti di Agosto-Settembre e scritto da Claudio Nebbia* è soltanto un pretesto: prendo spunto da quello che ha scritto il signore Nebbia e tento di esprimere la mia idea. Su certe cose condividiamo lo stesso pensiero, su altre non so se siamo sulla stessa lunghezza d'onda. Spero che lui possa commentarmi: segnalerò questo post a lui in persona, ho scoperto che ha un blog su Splinder che vi linko, in modo che sappiate meglio di chi si parla. Ma, in realtà, il centro focale del post è la creazione di un universo come background per un romanzo o un'opera di carattere Fantasy.


...mi accorsi che la creazione del mondo delle Sette Terre poneva tutta una serie di problemi.

Questione di cronotopi - Se provate ad andare a rileggere i miei primi post che trattavano di materia fantastica, troverete un punto in cui provo a dare una definizione del Fantasy; ve la riporto:
Il Fantasy può essere definito come quell'arte in cui l'artista crea un mondo ucronotopico dove collidono e/o interagiscono archetipi di personaggi, di azioni e di cose che troppo o troppo poco mancano al mondo reale che circonda l'artista stesso.
Io credo ancora in questa definizione. Spiego solamente tre punti, per il resto rimando al secondo post di questo Blog.
Quando dico ucronotopico intendo un mondo che non ha in comune con il nostro né il tempo, né lo spazio. Tutti quei romanzi che sono ambientati in epoche diverse o future, ma sulla terra, per me sono altro rispetto al Fantasy. Tutti quei romanzi che creano all'interno del nostro tempo altre realtà, come Harry Potter per fare un esempio, non li considero Fantasy. Elemento fondamentale è quindi la totale diversità dal nostro mondo.
Ma per definire questo mondo vengono usati degli archetipi. Cosa vuol dire? Che per creare un mondo Fantasy vengono utilizzate conoscenze che prendono spunto dalla nostra storia: il "Medioevo" Fantasy è un'archetipo del nostro Medioevo. Così quando Nebbia afferma che per il suo romanzo ha ipotizzato «una sorta di medioevo celtico» in realtà utilizza almeno un archetipo, quello del nostro medievo. Ritorneremo dopo su questo punto.
Terza cosa che voglio spiegare è quel «che troppo o troppo poco mancano al mondo reale che circonda l'artista stesso». Questa frase spiega un concetto abbastanza complesso: nei romanzi Fantasy che ho fino ad ora letto (con dovute eccezioni) ho trovato enti che non esistono nella realtà ed enti che sono sovrabbondanti attorno a noi. Nei primi si possono catalogare la magia, le culture antiche ormai sorpassate, tutto ciò che è sovrannaturale; nel secondo si possono catalogare tutte quelle tematiche che vanno dal viaggio al rito di iniziazione, dai sentimenti fino alla guerra.
L'insieme di tutto quello che viene inserito all'interno del mondo crea un Cronotopo, ovvero un insieme di luoghi, eventi ed enti modellati sul nostro mondo; come delle copie. C'è quindi un rapporto di similitudine fra queste cose e quelle del nostro mondo. Una guerra nel Fantasy può essere simile a quelle combattute nella nostra storia, ma avrà in più enti magici e sovrannaturali.
Spero di essere stato chiaro su questo punto. Andiamo avanti.


...immaginai una sorta di medioevo celtico, possibile evoluzione di quel mondo se non fosse venuto a contatto con Roma prima e con il Cristianesimo in seguito.

Dal copiare al creare - Il passo successivo è staccare la creazione dai suoi archetipi. Riprendendo il discorso di prima sugli archetipi, Nebbia ha utilizzato l'archetipo medioevo ed anche quello celtico, ma poi ha variato, sommandoli, questi due modelli: ha voluto separare il tutto da due mondi che hanno avuto amplissima influenza sui celti, Roma e il Cristianesimo. Io, nella mia ignoranza in materie storiche, non riesco ad immaginare l'evoluzione di un popolo in cui mancano valori come quelli espressi dagli Stoici oppure l'idea dell'Umiltà e del Peccato professate dal cristianesimo. Ma comprendo il meccanismo: anche Royo, che è un pittore, fa la stessa cosa. Esistono disegni di questo artista che hanno come soggetto personaggi famosi, ma nelle sue mani sono trasformati e reinventati. Il processo è uguale. L'unico inghippo è che è molto più difficile farlo con le parole e con un romanzo.
Prendiamo ad esempio Tolkien, giusto per andare sul soffice: il mondo che lui ha creato è ancora lineare e poco soggetto a commistione, ma in certi punti mostra un retroterra, una sorta di storia dentro alla storia non narrata. Così vediamo che Tolkien ci da molte informazioni in maniera diretta, come narratore onniscente, ad esempio, nel capitolo Nono del primo libro, All'insegna del Puledro Impennato. Nel capitolo Settimo è invece Tom Bombadil a narrare agli Hobbit alcune storie. Questi sono solo alcuni esempi.
Ultimamente ho notato inoltre che l'accostamento fra elementi di differenti epoche o elementi inventati e reali crea un effetto anacronistico molto presente in alcuni sottogeneri, come lo Steam Fantasy. In realtà sono convinto che l'anacronismo sia un elemento abbastanza costante nel Fantasy, perché è il solo modo per sommare due archetipi e intrecciarli. Approfondirò però l'anacronismo nel Fantasy in un altro Influsso perché credo meriti più ampio spazio.


Passai quindi ai suoi abitanti. In quale regione delle Sette Terre vivevano? In che cosa credevano? Quali erano i loro valori, per che cosa vivevano e per che cosa erano disposti a morire? Quali erano stati i loro rapporti nel passato?

Grandi, grossi, enormi, universali problemi - Qui arriva il succo del discorso. Un conto è apporre dei modelli, un altro colmare i buchi con la fantasia, un altro ancora è creare da zero. In realtà, una volta stabilito un archetipo completo, definire chi lo abita e come lo abita può venire da sé se si è un attimo caparbi. Ma il rischio è che sia il narratore a prendere tutte le decisioni per le cose che racconta; in realtà dovrebbero essere le stesse cose a decidere per loro. Ma l'altra faccia della medaglia ha comunque un risvolto negativo: a volte si può essere banali mettendosi nei panni di un determinato personaggi mai visto e conosciuto per tentare di dargli un futuro quanto meno razionale. Ma c'è ancora un problema più profondo e complesso che viene a galla dopo una prima stesura del mondo.
Come si fa a far trasudare da un testo di media lunghezza, con parole non troppo difficili e stile non troppo dismesso cosa è realmente quel cronotopo? Come si può in poche parole abbozzare descrizioni psichiche di personaggi oppure tratteggiare gli ideali di un popolo nuovo? Eppure nel corso della storia ce n'è stata di gente che l'ha fatto. Certo, dei geni come Shakespeare, che da poche battute potevano creare un mondo di significati. Forse proprio in Shakespeare sta la soluzione. Mi spiego.
Per riuscire a scrivere in uno stile adeguato e evitare che parti inutili siano troppo sottolineate e viceversa parti utili siano snobbate, forse il segreto (che non è tanto poi segreto) sta nel dare dei sensi agli eventi. Esempio: nessuno vieta di chiamare la mappa del proprio mondo Fantasy con nomi quali "terre qualcosa" o "numero terre". Ma deve esserci un motivo per questo! Ursula Le Guin ad esempio ha chiamato il suo continente Earthsea non solo perché banalmente guardando la mappa è un'accozzaglia di isole, ma credo anche perché l'antitesi mare-terra nei romanzi ambientati su quel mondo è fondamentale. Ed infatti il protagonista sarà sempre immerso in un mondo in cui andare da un luogo ad un altro vuol dire navigare, vuol dire avere sempre il vento nella vela, fino al punto da necessitare a volte di un mago per creare il vento!
Ogni cosa deve avere una o più ragioni di esistere; e viceversa, ogni evento è una conseguenza di un altro. Credo che così ogni cosa possa essere lecita, a livello di trama. E non si necessita il detto "ma tanto è fentasi".
Shakespeare ne è maestro. Ogni scena, anche quella che può sembrare inutile e solo di passaggio, rivela un fitto sottobosco di collegamenti e di necessità, di cause e conseguenze. Credo che basarsi sul teatro come punto di partenza sia ottimo: un Fantasy, ma un romanzo qualunque, può apprendere dal teatro l'essere essenziale ed al tempo stesso profondo; poi da grande aiuto sulle parti dei dialoghi e delle azioni, dona una tridimensionalità alle azioni e aiuta ad essere precisi e concreti, non vaghi.

Breve conclusione - Quindi, per tornare all'articolo, condivido sulla difficoltà della creazione di un universo ma sottolineo che è molto più complesso mettere a risalto tutto ciò che si crea attraverso poche frasi sparpagliate su duecento o trecento pagine. Nessuno vuole un libro perfetto, né io né credo altri; tuttavia bisogna necessariamente avere un modello di riferimento a cui tendere. Dopo questo, è tutto un lavoro di ragione, coerenza e necessità.

Umilmente,
Spirito Giovane a.k.a. Daniele


* Chi è Claudio Nebbia? Direttamente dal suo profilo Splinder. «Ho pubblicato due romanzi, "Il leone di Norrland" e "Ritorno a Norrland" (ediz. Sovera) ed ora sto scrivendo il terzo "Tempesta su Norrland". Sono appassionato di fantasy, i miei maestri sono Tolkien e Martin. Ho 54 anni, sposato, due figlie, due gatti e due futuri generi. Sono ingegnere, lavoro nel settore IT di una multinazionale».
 
Wordpress Theme by wpthemescreator .
Converted To Blogger Template by Anshul .